lunedì 4 giugno 2018

I Am a Constant Reader

Ho la fortuna di poter ascoltare musica durante il lavoro, quindi ne ascolto parecchia, di (quasi) tutti i generi; ma se dovessero chiedermi qual è il mio musicista preferito non avrei dubbi: Bruce Springsteen.
Allo stesso modo, leggo molto, leggo di tutto, ma se dovessero chiedermi chi è il mio scrittore preferito non avrei il minimo dubbio: Stephen King.

Non ricordo esattamente l'anno del mio primo incontro con lo zio Stephen, ma siamo in zona trentennale*: correva l'anno 1987 o 1988 quando un mio amico**, dopo avermi entusiasticamente parlato di una raccolta horror dall'evocativo titolo A volte ritornano mi ha prestato la sua copia. È stato amore a prima lettura. Alcuni dei racconti di quel libro sono ancora oggi tra i miei preferiti; ma è stata soprattutto la prefazione, con il suo incipit, "Parliamo, voi e io***. Parliamo della paura", con le sue riflessioni sull'orrore come catarsi, e soprattutto con il suo tono, rassicurante, familiare e insieme terrorizzante, a trasformarmi, nel giro di una decina di pagine, in un fan per la vita. Probabilmente perchè l'incontro con King e i suoi mondi è avvenuto nel momento perfetto: durante la ricettività da spugna dell'inizio dell'adolescenza, e nel pieno di una fascinazione per la paura e l'horror scatenata dalla scoperta di Poe. E quando l'adolescenza è cominciata, la (inevitabile, sana, necessaria) ribellione all'autorità dei genitori si è manifestata anche, e forse principalmente, con le mie letture "macabre" (e con i miei ascolti heavy metal, a cui magari dedicherò un altro post elegiaco-nostalgico come questo).
Banale? Forse. Ma alla fine degli anni '80, in un paesino di poche migliaia di anime a metà tra la città e la campagna, dove anche solo avere i capelli lunghi o portare un orecchino voleva dire essere giudicati male, quei libri (e quella musica) avevano ancora un'aura di riprovevole e di maledetto che li rendevano, almeno per me, irresistibili. E poi, gli incubi che si potevano comprare al costo di poche migliaia di lire facevano impallidire e aiutavano a rimettere in prospettiva i problemi che a un tredic-quattordic-quindicenne sembravano enormi: hai un brufolo? Che te ne pare di un virus alieno che ti fa spuntare un cerchio di occhi al centro del petto? La ragazza che ti piace non è interessata a te? E se fosse interessata a te, ma al primo appuntamento si rivelasse una sorta di mostruoso ibrido uomo-ratto? Hai litigato con tuo padre? Non sarebbe peggio se con un comando scritto al computer lui potesse farti scomparire per sempre? Catarsi, come si diceva. Forse più in quegli anni che nei successivi, ma da allora, e fino a oggi, King mi ha fatto entrare in centinaia dei peggiori incubi immaginabili... e mi ha sempre fatto uscire, spaventato, scosso e cambiato ma incolume, dall'altra parte.

Non voglio concentrarmi sui singoli titoli, ma almeno un altro lo voglio citare, perchè è stato, molto semplicemente, uno dei libri più importanti della mia vita: quel capolavoro imperfetto, ambizioso, esagerato, autoindulgente che è IT. Letto e riletto, in italiano e in inglese, da adolescente, da giovane uomo e da adulto (l'ultima volta giusto l'anno scorso), amato da subito e mai troppo lontano dal mio cuore. Uno di quei libri che ti cambiano, i cui personaggi diventano amici che ogni tanto bisogna tornare a trovare, le cui storie, le cui emozioni, diventano le tue: io e gli amici che avevo da ragazzo eravamo subito diventati i Perdenti, e i boschi dove andavamo a giocare i Barren; non abbiamo mai incontrato terrificanti clown mutaforma, ma come Big Bill, Ben, Eddie, Richie, Stan, Mike e Beverly abbiamo dovuto affrontare i nostri piccoli mostri, e forse, visto che quasi trent'anni dopo siamo ancora amici, li abbiamo anche sconfitti.


Una delle mie citazioni preferite dello zio Stephen è "It is the tale, not he who tells it", ma con il passare degli anni, mi sto sempre più rendendo conto che anche he who tells it è maledettamente importante. Qualche anno fa girava una battuta, secondo cui King avrebbe potuto pubblicare la sua lista della spesa e avrebbe venduto comunque milioni di copie. Come tutte le buone battute, ha un germe di verità: probabilmente avrebbe venduto milioni di copie perchè King sarebbe riuscito a renderla interessante e paurosa, magari con un caso di possessione demoniaca casuale tra gli yogurt del banco frigo o con una cassiera che improvvisamente impazzisce e stermina con un coltello da cucina preso dal reparto casalinghi tutte le persone in coda. E soprattutto, l'avrebbe raccontata con la sua voce inconfondibile, con quel tono a cui accennavo sopra, che mi ha reso un orgoglioso Constant Reader, che rende interessanti anche le sue opere peggiori e rende dei capolavori quelle più riuscite, quel modo di raccontare una realtà che sembra normale, quasi banale, finchè non si apre una piccola crepa, e da quella crepa prima compare un artiglio, poi una mano ricoperta di squame, e poi...

* A leggerlo fa un certo effetto, maledizione.
** Lo stesso che mi ha fatto conoscere l'heavy metal rubando la cassetta di Killers al supermercato. Grazie Marco, e non solo per questo.
*** In originale "Let's talk, you and I. Let's talk about fear". E proseguendo nella lettura, è chiaro che King si rivolge a un "tu", non a un "voi". La prima delle tante pessime traduzioni con cui ho dovuto convivere per anni.

giovedì 26 aprile 2018

FilmRece: Avengers: Infinity Wars

Edit: dopo aver letto recensioni, visto trailer, scaricato poster mi sono finalmente reso conto che il titolo è Infinity War, senza la s che ho sparso per tutto il mio post. Lo lascio così com'è, a futura memoria: leggi bene, bestia.

Qualche considerazione, senza rovinatori (cit.), sul nuovo Avengers, visto ieri all'Arcadia di Melzo*.
Se il poster (lì a destra) è affollato, il film lo è ancora di più. Ho letto da qualche parte che ci sono qualcosa come sessantaquattro personaggi principali; non ho verificato se è il numero esatto, ma sicuramente non è lontano dalla realtà. Il che comporta che, con poche eccezioni, il tempo dedicato ad ognuno è molto limitato, e in diversi casi si limita a un paio di battute. Per fortuna, i fratelli Russo, alla loro terza regia nel MCU**, riescono nell'impresa quasi miracolosa di gestire questa pletora di personaggi e le relative sottotrame senza che il tutto diventi un minestrone incomprensibile. È ovviamente un film molto vario, sia per le ambientazioni che per i registri: c'è un dio che imbriglia la potenza di una stella e le battute sul peso di un fuorilegge spaziale, c'è il genocidio di interi popoli alieni e le difficoltà di comprare un panino a NY con delle rupie indiane. Tutto però è sempre al servizio della storia principale, la ricerca di Thanos delle Gemme dell'Infinito, e il tentativo degli eroi di fermarlo, e il film ne risulta incredibilmente coeso e leggibile.
In più, in questo Infinity Wars c'è finalmente un villain al livello degli eroi, probabilmente il migliore visto finora nel MCU***. (Quasi) onnipotente, ma ancora vulnerabile, spietato ma capace di sentimenti, con delle motivazioni tutto sommato, se non condivisibili, almeno comprensibili, Thanos è il vero protagonista del film, e il suo motore.
Le scene d'azione sono epiche, sia quelle in cui sono coinvolti pochi personaggi, come il primo scontro tra Iron Man (e altri, che non spoilero) e gli emissari di Thanos, sia quelle corali o addirittura di massa, come quella a Wakanda che si vede nei trailer****.
E poi c'è il finale, su cui ovviamente manterrò la più rigorosa riservatezza. Dico solo che l'ho trovato estremamente coraggioso e che mi lascia una enorme curiosità di vedere se questo coraggio verrà onorato nei prossimi film.
È il miglior film sui supereroi mai realizzato, come ho letto da diverse parti sull'Interwebs? Non lo so, e non so nemmeno se è una domanda sensata. Sicuramente è un ottimo film, che ha accettato una sfida complessa e l'ha vinta alla grande.

Avengers: Infinity Wars su IMDb: 9,2
Avengers: Infinity Wars su Rotten Tomatoes: 86%

* Purtroppo non nella mia amata sala Energia, già strapiena quando finalmente mi sono deciso a comprare i biglietti, ma in una delle 4 sale più piccole (che comunque sono meglio del 99% degli altri cinema della zona).
** Dopo gli ottimi Winter Soldier e Civil War.
*** Se la gioca con il Loki del primo Avengers.
**** Trailer che peraltro contengono una delle trollate più clamorose della storia del cinema.

lunedì 2 aprile 2018

Film(multi)Rece: Pacific Rim Uprising e Ready Player One

Sabato, dopo otto anni, Double Feature* all'Arcadia di Melzo, con un programma sicuramente più omogeneno della prima volta. Qualche considerazione sulle due pellicole, al solito, senza rovinatori (cit.).

Pacific Rim Uprising
Come i più affezionati tra i miei dodici lettori ricorderanno, il primo Pacific Rim mi era piaciuto parecchio. O meglio, era entrato di prepotenza nella mia top ten cinematografica di tutti i tempi. Questo Uprising si guadagna una sufficienza piena, ma non molto di più. Intendiamoci, il film fa il suo: la trama risulta un'evoluzione credibile del mondo costruito nel primo film e scorre bene, con un paio di colpi di scena riusciti; gli attori funzionano, specialmente John Boyega, che mi piace sempre di più; l'impatto visivo è forse ancora più maestoso dell'originale, con diverse sequenze davvero spettacolari. Però, e mi rendo conto che rischio di suonare un po' assurdo, visto che sto parlando di due film su robottoni che menano mostri, in questo sequel non ho trovato l'anima dell'originale. Forse per il tono (estremamente) più cazzone rispetto al primo film; forse per la scelta di girare tutte le scene d'azione in piena luce, che ha permesso più colore e più dettaglio, ma ha tolto un po' di drammaticità;  forse semplicemente, perchè in Pacific Rim si percepisce l'amore di Guillermo Del Toro per i i mostri sullo schermo, Kaiju o Jaeger che siano.

Ready Player One
In questo caso non c'era da confrontarsi con un primo capitolo ingombrante, ma con un libro che mi aveva entusiasmato** (invito i miei dodici lettori a leggere il vecchio post linkato qui sopra per avere un'idea della storia, se vogliono). Confronto difficile, perchè il film devia dal libro in maniera sostanziosa, anche in elementi piuttosto rilevanti della trama e dei rapporti tra i personaggi; nonostante questo (anche se uno dei miei migliori amici*** dissentirebbe) ritengo RPO uno dei migliori adattamenti che abbia visto su schermo negli ultimi anni, e uno dei film più divertenti. Visivamente è incredibile, sia nelle sezioni ambientate nel mondo reale che, soprattutto, in quelle in OASIS; la storia, pur con le deviazioni citate prima, è sostanzialmente la stessa del libro, con i suoi pregi e i suoi difetti; i protagonisti, specialmente il Nolan Sorrento di Ben Mendelsohn, sono credibili. Come il libro, è un film densissimo: ci vorranno almeno un altro paio di visioni solo per cogliere le centinaia di dettagli, citazioni e strizzatine d'occhio che sicuramente in sala mi sono sfuggiti. RPO non è perfetto: la morale è un tantino troppo ovvia e un tantino troppo esplicita per i miei gusti, e come il libro rischia di essere un po' troppo rivolto al suo pubblico d'elezione, ma è una bellissima cavalcata nostalgica e iper-tecnologica che sarei pronto a rifare anche domani. La domanda più importante resta però la stessa che mi sono fatto quando ho finito il libro: quando verrà lanciata la versione 1.0 di OASIS?

Pacific Rim Uprising su IMDb: 6,0
Pacific Rim Uprising su Rotten Tomatoes: 45%

Ready Player One su IMDb: 8,0
Ready Player One su Rotten Tomatoes: 76%

* Tecnicamente le Double Feature erano gli spettacoli in cui con un solo biglietto si assisteva a due film; stavolta i biglietti li ho dovuti acquistare entrambi.
** E che ho appena riletto, giusto per prepararmi al film.
*** Ciao Mauro!

domenica 25 febbraio 2018

Oscar Screeners & Black Panthers

La stagione degli screener l'anno scorso mi aveva regalato due bellissimi film come Arrival e Hidden Figures; quest'anno è stata ancora più generosa, con addirittura quattro titoli davvero notevoli come The Post, Darkest Hour, The Shape of Water e, recuperato giusto oggi, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Insieme a Dunkirk, che avevo visto in sala a suo tempo, mi portano a cinque visioni su otto tra i candidati come Miglior Film agli Oscar di quest'anno, un discreto passo avanti rispetto alle due su nove dell'anno scorso. Probabilmente il mio preferito resta ancora Dunkirk, ma The Shape of Water è una meravigliosa favola, oscura e romantica, che solo Guillermo del Toro avrebbe potuto raccontare, e se dovesse vincere l'Oscar ne sarei comunque felicissimo. Three Billboards e Darkest Hour mi sono piaciuti nel complesso un po' meno*, ma hanno delle prove d'attore strepitose: Frances McDormand e Sam Rockwell interpretano due dei personaggi più veri e più sfaccettati che abbia visto negli utlimi anni, e il Churchill di Gary Oldman, molto semplicemente, entrerà nella storia del cinema. The Post è l'ennesima dimostrazione dello sconfinato talento di Steven Spielberg, e l'ennesimo bellissimo film sul giornalismo che Hollywood sembra capace di produrre a ciclo continuo; forse preferisco ancora Spotlight, ma it's the same fucking ballpark (cit.).
Chiudo questo post con due parole su Black Panther, visto ieri. Mi è piaciuto. Molto. Non lo trovo il miglior film dell'universo Marvel, non fosse altro perchè non c'è Scarlett Johansson, ma è senz'altro qualcosa di diverso e di molto interessante. È anche il film più esplicitamente politico del MCU, e anche se da maschio bianco europeo non ne ho potuto cogliere gli aspetti più profondamente legati alla cultura nera americana, si intuisce che Black Panther è qualcosa di più del solito film di supereroi in calzamaglia che se menano. Per inciso, questo significa anche che, purtoppo, specialmente nell'Interwebs americano, si sono create due opposte fazioni: chi esalta il film a prescindere, perchè è il primo film con un supereroe nero, e chi lo schifa a prescindere per la stessa identica ragione. La situazione mi ricorda un po' le discussioni dopo l'uscita di Wonder Woman l'anno scorso, e mi mette la stessa tristezza.

Black Panther su IMDb: 7,9/10
Black Panther su Rotten Tomatoes: 97%

* "Un po' meno" vuol dire che sono un 8 contro il 9 di Dunkirk o The Shape of Water.

venerdì 23 febbraio 2018

Un vecchio amico va in pensione?

Per circostanze che non sto a descrivere in dettaglio (grazie Elena!), da poco più di ventiquattro ore mi trovo ad essere il proprietario di un Kobo Aura Hd praticamente nuovo. Visto che sono quasi due mesi che non scrivo nulla qui sul blog, e che nel frattempo i post che ho cominciato e mai finito spaziano dal deprimente al molto deprimente*, ne approfitto per inaugurare il 2018 con un post più leggero, e soprattutto caratterizzato dal mio consueto tempismo: un confronto tra un lettore ebook di quasi cinque anni fa e un lettore ebook di quasi otto anni fa**.
Nel 2010 usciva il Sony PRS-650, che dal giugno del 2011 è il mio fedele compagno di letture, e che posso tranquillamente definire uno degli acquisti tecnologici più azzeccati della mia vita e uno degli oggetti che porterei su un'isola deserta. Questo Kobo, però, rischia di mandarlo finalmente a godersi la meritata pensione: ha uno schermo più grande (6,8 pollici contro 6) e più risoluto (1080x1440 pixel contro 600x800) anche se le dimensioni totali sono praticamente le stesse; ha un'ottima luce integrata, regolabile e disattivabile; ha il WiFi, anche se ancora non ho capito se è utilizzabile solo per gli acquisti o anche per i trasferimenti di file già presenti sul Pc; soprattutto, ha un'infinità di regolazioni per il testo, tra cui il tipo e la grandezza del carattere, l'interlinea, i margini e la giustificazione. Quindi, perchè rischia solamente, e non ha già mandato definitivamente e irrevocabilmente in pensione il suo predecessore? Per due motivi. Il primo, e meno importante, è la gestione delle collezioni: apparentemente Kobo non riconosce correttamente le etichette di Calibre***, e non ordina i volumi di una serie. Il secondo, e più importante, è la mancanza di qualunque tasto fisico, che rende più scomoda la lettura con una mano sola, o perlomeno l'alternanza rapida tra le due mani: l'ergonomia del Sony, che unisce pulsanti e touch screen, rimane imbattibile.
Vedremo. Già da un po' mi stavo trastullando con l'idea di un Kindle Voyage, anche se l'ecosistema chiuso di Amazon non mi attira particolarmente; come minimo questo Kobo inaspettato ha allontanato il momento dell'acquisto.

* Con l'eccezione di una bozza scritta sull'onda dell'entusiasmo per il lancio di Falcon Heavy, che spero di integrare e pubblicare, prima o poi.
** Più o meno come se Quattroruote pubblicasse nel prossimo numero il confronto tra la Fiat 128 e la Peugeot 309.
*** L'eccellente software open source che uso per la gestione dei miei ebook sul PC.

sabato 30 dicembre 2017

Film già visti e film da vedere

Un annetto fa scrivevo su Feisbù che il 2017 sarebbe stato un anno clamoroso per i film, con almeno un'uscita al mese meritevole di visione al cinematografo. Ci sono andato vicino: dieci pellicole* viste in sala, quasi tutte quelle che mi ero prefissato a inizio anno; un paio di delusioni (Kong: Skull Island e, in parte, Justice League) ma nel complesso un'ottima annata. Miglior film dell'anno direi Dunkirk, ma mi sono piaciuti molto, e soprattutto, mi sono piaciuti più di quanto mi aspettassi anche Logan, Wonder Woman e Spider-Man: Homecoming. E poi The Last Jedi, che ancora non ho assimilato completamente e che non vedo l'ora di rivedere.
Il 2018 si prospetta altrettanto ricco con almeno una decina di uscite che vanno dal molto interessante all'imperdibile. In particolare sto aspettando La forma dell'acqua, Ready Player One (i più affezionati tra i miei dodici lettori ricorderanno la mia recensione del libro), Solo e Avengers: Infinity War. Sono un po' più scettico sul secondo capitolo di Pacific Rim, anche se, a meno di recensioni clamorosamente negative, lo andrò comunque a vedere. E poi c'è Macchine mortali, di cui è uscito da poco il primo trailer, che mi incuriosisce parecchio.
Mettiamola così: anche nel 2018 sarò spesso a Melzo.

* Di cui una davvero in pellicola.

domenica 17 dicembre 2017

FilmRece: Star Wars Episodio VIII - Gli ultimi Jedi

Appena rientrato dal cinema, due righe veloci, ovviamente senza spoiler, su Gli ultimi Jedi.
Anche se negli ultimi giorni mi sono autoimposto un embargo* quasi totale su qualunque cosa parlasse anche vagamente del film, qualcosa è filtrato, e mi pare di aver capito che i giudizi su questo Episodio VIII sono quantomeno divisi. Ecco, a me è piaciuto, diciamolo subito. È sicuramente più ambizioso del precedente Risveglio della Forza, va molto meno sul sicuro, si prende più rischi e, quasi sempre, funziona. Quasi sempre perchè ci sono un paio di situazioni che non ho proprio capito**, diversi momenti in cui si ha l'impressione che al regista sia mancato il coraggio, o il permesso, di seguire fino in fondo le sue idee, e alcune scene che, per quanti divertenti, sembrano inserite esclusivamente per esigenze di merchandising. In compenso ci sono un film coraggioso e originale, alcune scene memorabili, e un finale tra i più belli di tutta la saga. Mi fermo, perchè non c'è molto altro che potrei dire senza rischiare lo spoiler: ai miei dodici lettori, che immagino (quasi) tutti appassionati di Star Wars, non posso che suggerire di andare al cinema più vicino.

Gli ultimi Jedi su IMDb: 8.0
Gli ultimi Jedi su Rotten Tomatoes: 93%

* Embargo che finirà nel secondo stesso in cui pubblicherò questo post, sono estremamente curioso di leggere i pareri di parecchie persone che conosco e/o seguo sull'Interwebs.
** Aspetto a chiamarli veri e propri buchi di trama perchè prima voglio leggere qualcosa di più sul film.