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Rule of Rose, ovvero: la dignità, questa sconosciuta

Sta facendo parecchio parlare, in questi giorni, un articolo pubblicato su Panorama, sparato in copertina con il sobrio titolo "Vince chi seppellisce viva la bambina", che prendendo lo spunto da un videogioco horror chiamato Rule of Rose, analizza (o perlomeno, prova a farlo) il rapporto tra videogiochi e violenza giovanile. Ho avuto almeno un paio di deja vu: vista la mia età ricordo polemiche analoghe quando iniziarono ad essere trasmessi in Italia Goldrake e compagnia robotica e, qualche anno più tardi, nel momento di gloria dell'horror a fumetti, i berci contro Dylan Dog e i suoi epigoni (tra cui ricordo con affetto Splatter e Mostri, editi da ACME).
L'articolo è la consueta caterva di cazzate che vengono fuori in 9 casi su 10 quando un media generalista si occuopa di Internet e nuove tecnologie, con in più l'aggravante del solito moralismo da un tanto al chilo. Da indizi raccolti qua e là dalla rete pare che il prode giornalista non abbia mai nemmeno lanciato Rule of Rose (altrimenti si sarebbe accorto che il seppellimento non è un'azione da compiere per vincere, ma fa parte di una cut scene che fa da introduzione al gioco); non solo, avrebbe addirittura copiato buona parte del suo articolo da una recensione amatoriale postata su un forum di appassionati.
Non posso dire che la cosa mi sorprenda; mi sorprende un po' di più che non ci si renda conto che un'esposizione mediatica del genere costituirà una pubblicità enorme per un titolo che probabilmente nessuno al di fuori della cerchia degli appassionati avrebbe mai conosciuto. O forse se ne sono resi conto fin troppo bene, come suggerisce un utente di questo forum?

Nel caso Panorama decidesse di rimuovere l'articolo per un improvviso sussulto di decenza, qui ce n'è uno screen capture in formato PNG.

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